Descrizione
Il Comune di Cento – Assessorato alla Cultura - Biblioteca Civica Patrimonio Studi commemora il Giorno del Ricordo, istituito con la legge n. 92 del 30/03/2004 per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
Un capitolo buio, sul quale per tanto tempo è calato il silenzio; nonostante il dibattito su questo tema, il dramma delle foibe e dei profughi dalle regioni ex italiane resta ancora poco conosciuto.
Per non dimenticare il Comune di Cento quest'anno ha ritenuto dare voce a un esule di Zara che vive a Cento dal lontano 1944.
Le sue toccanti parole ci offrono un importante memoriale di vita che condividiamo volentieri con gli interessati.
Giacomini (Jakovljevic) Umberto
Memoria di un profugo di Zara: una storia di confine
Il mio nome è Umberto Giacomini (cognome italianizzato durante il “ventennio”, era Jakovljevic), profugo da Zara.
Ero bambino quando lasciai la mia terra nativa. Il dispiacere per averla abbandonata non può essere paragonato a quello dei miei genitori. Amorevolmente ora dico: Dalmazia terra mia cara. Mi è dolce e nello stesso tempo un po’ malinconico, andare indietro col pensiero.
I miei ricordi li paragono a un sogno, tanto sono lontani, è come se la nebbia li avvolgesse; molte cose però mi sono rimaste impresse nella memoria a causa della loro drammaticità. Mio padre mi ha aiutato a scrivere questa memoria parecchi anni dopo il nostro arrivo a Cento.
Gli avvenimenti tragici mi si impressero fortemente e negativamente durante l’infanzia.
Il babbo (classe 1909) fu richiamato il 10 Marzo 1940 e fu assegnato al 93° Reggimento fanteria nei pressi di Ancona e poco dopo fu trasferito a Fossano nel cuneese in attesa di partecipare, sul fronte occidentale, agli avvenimenti bellici contro la Francia.
Io trascorsi con lui solamente alcuni mesi e poi il babbo partì richiamato; di fatto non lo conoscevo essendo io nato nel mese di ottobre del 1939.
Sul limpido mare adriatico risplende Zara (Zadar), la nostra cara città. Noi abitavamo a pochi passi da essa nel piccolo paese di Boccagnazzo (Bokanjac). I miei genitori avevano iniziato a costruire la casa, poi tutto si fermò a causa della guerra imminente.
Vivevo nella casa con i nonni materni, che di mestiere facevano i contadini. Con loro oltre ai miei genitori (quando il babbo era in licenza militare), c’era mio fratello Armando, più giovane di me di due anni e mia sorella Graziella che purtroppo ha lasciato questo mondo nell’anno 2003, sessantatreenne. Graziella era la più grande di età, fra noi fratelli viventi, era nata nel 1938. Mia madre ebbe il grande dispiacere di perdere due figli: Mario, il mio gemello, e Anna la primogenita, era nata nel 1936.
La mamma si chiamava Maria (Mara) Krizman, classe 1913, nata a Zara. Mio padre di nome Marko Jakovljevic (Giacomini), ebbe i natali a Sebenico anche se su certi documenti compare nato a Zara.
Ricordo abbastanza i bombardamenti, le fughe affannose verso il rifugio situato lontano dalle case, era profondo, mi faceva paura; avevo timore a scendere giù, pensavo di non poter più risalire.
Si sentivano pianti e lamenti durante il sonno, di solito, di notte, quando si temevano incursioni aeree, si andava a letto semivestiti pronti a scappare; mio zio Nicolò aveva il compito di prendermi in braccio e precipitarsi con me al riparo dalle bombe.
Mia madre conobbe il babbo (il suo futuro marito), nella fabbrica di Luxardo, dove si produceva il maraschino di Zara. Il babbo era orfano del padre e della madre; una zia lo allevò nei primi anni, poi passò parte della sua giovinezza in un orfanotrofio. Da adulto imparò diversi mestieri, e diventò un ottimo maestro muratore.
Il nonno materno Antonio mi voleva bene, a volte mi adagiava a cavalcioni sul suo cavallo bianco grazie al quale portava a termine i lavori agricoli più pesanti; per burla mi metteva in bocca la sua pipa, come se fumassi, suscitando ilarità e allegria per chi mi guardava.
La nonna Natalina era più severa ma anche lei ci voleva molto bene. Finì i suoi giorni terreni nel 1967 a Cento dove tutt’ora riposa nel cimitero locale.
Nelle vicinanze della nostra casa vi era una caserma di Bersaglieri. Era, infatti, il “Battaglione Zara” che presidiava la zona. Con i Bersaglieri avemmo un rapporto più che amichevole dato che transitavano con la loro caratteristica bicicletta davanti alla nostra casa quando andavano o venivano da Zara.
Vi erano due Bersaglieri di Cento in quella caserma: Agostino e Aldo. Il primo ci tranquillizzò dandoci una rassicurante speranza d’aiuto, per poterci eventualmente un giorno sistemare in Italia. Infatti, dopo la nostra partenza (fuga) da Zara, ci accordammo, anche con i suoi familiari, per trovare una sistemazione nei pressi
della sua casa a Cento. Aldo invece restò un grande amico della nostra famiglia.
Agostino si fermava a bere alla fontana a pochi passi dalla nostra casa a Zara; diventammo amici e io lo sentivo come un protettore. Una volta sagomò una bicicletta fatta di filo di ferro simile alla sua in dotazione; era per me una grande gioia avere quel ricordo e, quando la smarrii fra i sassi e i rovi, piansi per un giorno intero. Qualche volta Agostino ci portava di nascosto la gavetta piena di minestrone.
Ha finito la sua vita terrena non lontano da Cento a Crevalcore; durante gli anni, a Cento, prima della sua morte, l’amicizia della mia famiglia con quella di Agostino si cementò fortemente, ed è continuata per moltissimi anni. Sulla tomba gli misi un piccolo cappello da Bersagliere. Cappellino che io avevo acquistato presso una bancarella durante un raduno di bersaglieri a Cento.
Anch’io, come lo fu Agostino, sono stato Bersagliere all’8° Reggimento a Pordenone negli anni 1961-62.
Quando decidemmo dopo l’armistizio, agli inizi del 1944, di lasciare Zara, la mamma coraggiosamente si imbarcò sul traghetto con al seguito una sola valigia di colore verde scuro che sembrava essere di legno, abbastanza grande e pesante. Noi tre fratelli ci accodammo a lei, come tre anatroccoli, così ci raccontò in seguito.
Sbarcammo ad Ancona e, dopo qualche peripezia e sosta in campo di raccolta nell’anconetano, giungemmo a Cento nel mese di aprile del 1944. Le autorità comunali ci diedero uno stanzone in una casa colonica in campagna, di proprietà dell’Ospedale Civile di Cento. Entrammo e ci guardammo intorno, la stanza era completamente vuota. Come prima cosa la mamma, facendosi aiutare dal contadino, divise il vano con tendoni formando il “reparto giorno” e il “reparto notte”.
La gente del luogo ci accolse e ci aiutò moltissimo portando delle suppellettili provvisorie per trascorrere le prime giornate da profughi. Non avevamo nulla all’infuori della valigia verde. Abbiamo iniziato così a vivere insieme alla famiglia di contadini che ci aveva accolti con molta gentilezza e comprensione.
La guerra non era finita. Un paio di plotoni, di soldati tedeschi, un giorno si presentò nel cortile della casa a Cento e ci imposero di dare loro spazio per potersi accampare; avevano al seguito anche dei cavalli che sistemarono nella stalla “sfrattando” le mucche del contadino. Ricordo la loro cucina campale e il profumo che emanava quando cucinavano. Noi bambini avevamo sempre fame e quel profumo stuzzicava l’appetito.
Molto prima che il babbo ci trovasse i tedeschi abbandonarono il nostro cortile, allontanandosi frettolosamente verso nord portando via con loro un maialino e suscitando la rabbia e il dolore del contadino.
Noi ci chiedevamo dov’era il babbo, non avevamo nessuna notizia di lui. Quando ci raggiunse ci raccontò che era stato in Francia nella zona di Tolone - Marsiglia.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i tedeschi si ritirarono; la confusione e l’incertezza erano sovrani in quel momento, i soldati rischiavano di poter essere fatti prigionieri dai tedeschi stessi diventati nostri nemici. Il babbo, con quasi nessun documento, riuscì a cavarsela; si nascose nelle campagne piemontesi e restò
nascosto fino ad aprile 1945. con altri suoi commilitoni e con mezzi di fortuna si diresse poi verso l’ Emilia. Egli non sapeva esattamente dove noi ci trovavamo.
Un giorno, mentre ero seduto sull’erba, alzai lo sguardo e all’improvviso vidi in lontananza qualcuno che si avvicinava proveniente da una stradina di campagna. Quando fu più vicino notai che aveva la barba un po’ lunga e un paio di baffetti non molto curati. Io mi alzai e cominciai a indietreggiare impaurito. Quell’uomo, capii poi, era mio padre.
Ci aveva trovato dopo aver girovagato per mesi chiedendo informazioni un po’ qua e un po’ la, dormendo nei fienili e mangiando quello che trovava. Il momento di commozione che passò mia madre nel vederlo, si può immaginare, fu grandissimo.
Un pianto inarrestabile la sconvolse. IL BABBO ERA TORNATO, era lì in carne e ossa.
Fra alterne vicende la sua e la nostra odissea era durata 5 anni. Noi bambini rimanemmo attoniti perché non ricordavamo il suo volto.
Due fratelli della mamma, erano carabinieri uno a Padova e l’altro a Mestre.
Le loro famiglie per esigenze logistiche erano sistemate sempre a Cento in un’altra casa non molto lontano dalla nostra (a Villa Cremona in Via Giovannina). Uno zio, fratello della mamma, aveva ancora a Zara due figli che vivevano con un’altra zia nell’attesa di venire tutti più tardi in Italia.
Dopo qualche tempo la mamma accolse le richieste del fratello, affinché andasse a riprendere i figli piccolini rimasti a Zara; l’altra zia, cambiò parere e preferì rimanere a vivere a Zara.
La mamma, che era la più coraggiosa e decisa, accettò l’incarico e noi rimanemmo a casa col babbo in attesa del suo ritorno.
Per lei fu una brutta avventura: al confine italo - jugoslavo fu accusata di essere una potenziale spia. La imprigionarono per qualche giorno e ci raccontò che temette addirittura per la propria vita.
La brutta avventura finì e lei poté dimostrare di non essere quella che loro dicevano fosse e così riuscì a portare a termine il suo incarico.
I miei genitori col tempo trovarono lavoro.
Noi cominciammo a frequentare la scuola e imparammo in poco tempo l’italiano anche se in famiglia si parlava
il croato.
Nel 1949 nacque mia sorella Sandra mia sorella, purtroppo ora defunta.
Lentamente i giorni, i mesi e gli anni passarono. Ci eravamo così incamminati con serenità e voglia di rifarci una nuova vita rimboccandoci le maniche e integrandoci sempre più con le persone a noi vicine.
La mamma morì nel 1995, il babbo nel 2006.
Con la loro morte si conclude un capitolo della nostra vita; capitolo fatto, in passato, di paure e di angosce, angosce, ma ora di fratellanza di amicizia e speranza in un futuro migliore.
31 gennaio 2025
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Ultimo aggiornamento: 11 febbraio 2026, 09:26